Artisti italiani ed esteri in esposizioni mondiali
L’arte nel mondo accomuna tutti i paesi e le persone, sebbene le tecniche siano differenti.
Espressioni artistiche che rappresentano le esperienze e le conoscenze di ogni interprete.
Usanze e tipicità sono poi trasferite nelle opere per renderle uniche.
Grazie a tutti gli eventi presenti in ogni paese del mondo, viaggiare significa anche conoscere le diverse forme d’arte e gli artisti che ne sono l’espressione.
La più grande mostra svizzera dell’artista norvegese. Sculture, dei dipinti, istallazioni con musica e poesia
Ida Ekblad a Zurigo ZURIGO – Kunsthalle Zürich
Limmatstrasse 270 – Zurigo, CH-8005 – Svizzera
Fino al 18 agosto 2019
Installation View, Ida Ekblad, Kunsthalle Zürich 2019 Photo: Annik Wetter
Kunsthalle Zürich è uno dei più influenti istituti di arte contemporanea sulla scena internazionale.
Sin dalla fondazione dell’associazione Verein Kunsthalle Zürich nel 1985, la Kunsthalle di Zurigo è stata infatti un centro di ricerca e dibattito culturale ai massimi livelli.
Fino al 1996 non aveva una sede stabile permanente finchè non si è stabilizzata nel complesso artistico di Löwenbräu, dove iniziò così a mantenere una collezione permanente.
Così facendo la sua identità può essere costantemente ridefinita dalla pratica artistica e consentire all’arte di esplorare il ruolo sociale di un istituto d’arte.
Ida Ekblad a Zurigo fino al 18 agosto alla Kunsthalle, con la più grande mostra svizzera dell’artista norvegese, la cui pratica artistica si basa sulla casualità che è un riflesso letterale della sua metodologia di lavoro che guarda all’arte popolare urbana.
La produzione delle sue sculture, dei dipinti, ma anche delle sue istallazioni con musica e poesia ruota intorno a ‘derive’ che li ricerca attorno alle città.
Come uno sciacallo in missione per estrarre il sostentamento essenziale e di sopravvivenza dai resti abbandonati della cultura contemporanea, Ekblad raccoglie così materiali durante le sue passeggiate.
Setaccia mucchi di macerie da edifici demoliti e cumuli di metallo industriale, realizza quindi l’incontro tra ciò che è distruzione e la nuova forza artistica edificante.
Nella sua pratica lei migliora lo spazio pubblico, crea scenografie per teatri, disegna camicie, coperte e persino tappeti.
Le sue fonti di ispirazione includono arte popolare, gallerie d’arte, letteratura (Samuel Beckett), natura, artigianato e sensi, film e così via.
Orari:
Martedì, Mercoledì, Venerdì dalle 11.00 alle 18.00
Giovedì dalle 11.00 alle 20.00
Sabato, Domenica dalle 10.00 alle 17.00
La Tate Britain è parte del complesso museale Tate del Regno Unito, le altre gallerie del sistema sono la Tate Modern,Tate Liverpool e Tate St Ives.
Fu aperta nel 1897 con il nome di National Gallery of British Art, fu rinominata quindi Tate Gallery nel 1932, e fu rinominata poi Tate Britain quando fu aperta la Tate Modern nel 2000.
La Tate Britain fino al 26 agosto ospita la mostra retrospettiva di Frank Bowling.
Nato nel 1934 a Bartica, nella Guiana inglese (ora Guyana), Frank Bowling è cresciuto con la sua famiglia a New Amsterdam.
Si è trasferito quindi a Londra all’età di 19 anni dove si laurea al Royal College of Art nel 1962.
Dalla metà degli anni ’60 vive e lavora tra Londra e New York.
Nel 2005 Frank Bowling divenne il primo artista britannico nero eletto come un accademico reale e nel 2008 ottenne l’Ordine dell’Impero Britannico per i servizi all’arte.
Frank Bowling a Londra, Tate Britain con una mostra che riunisce una vita di opere d’arte su larga scala.
Comprende serie chiave come i “dipinti di mappe” iconici, i “dipinti versati” visivamente accattivanti realizzati colando vernice su una superficie inclinata, e i dipinti scultorei degli anni ’80 che evocano i letti dei fiumi, fino al lavoro maturo selezionato da un periodo recente di produttività esplosiva.
Una retrospettiva che celebra perciò un artista che spinge sempre oltre le possibilità della pittura, e oggi, a 85 anni, lavora ancora ogni giorno sperimentando nuovi materiali e nuove tecniche.
Espone in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Sue opere sono entrate in importanti musei e collezioni in tutto il mondo tra cui il Metropolitan e il MoMA di New York.
Una mostra che parla di: identità ed espressione di genere, sessualità, razza, classe, cultura pop, attivismo, giustizia sociale e molto altro
Gender Bending Fashion
BOSTON – MUSEUM OF FINE ART
Avenue of the Arts – 465 Huntington Avenue – Boston, Massachusetts
Fino al 25 agosto 2019
Gender Bending Fashion – Picture Collage – Courtesy, Museum of Fine Arts, Boston
“Un secolo di stile che osa infrangere le regole” Così viene presentata la mostra GENDER BENDING FASHION, aperta fino al 25 agosto 2019 al Museum of Fine Arts di Boston.
La moda è opera d’arte che merita di entrare nei musei per essere ammirata e studiata come espressione della creatività e della fantasia di un artista, designer, stilista, che usa il tessuti, ma anche altri materiali, per costruire opere d’arte che si esprimono attorno alle membra di un corpo umano.
Ma, come tutte le opere d’arte, la moda è anche espressione di civiltà e specchio della società.
“Gender Bending Fashion” esamina infatti una particolare storia della moda che modifica le convenzioni sulla relazione tra genere e abbigliamento.
Allo stesso tempo, i capi in mostra possono parlare in modo più ampio dei cambiamenti sociali nel secolo scorso.
Emergono così narrazioni individuali che toccano temi di identità ed espressione di genere, sessualità, razza, classe, cultura pop, attivismo, giustizia sociale e altro.
Jean Paul Gaultier, Alessandro Michele per Gucci, Rei Kawakubo, Rick Owens e Ikiré Jones sono alcuni dei designer coinvolti.
Con le loro creazioni, sono riusciti a rompere la rigida dualità di genere nella moda.
Attraverso l’esposizione di più di 60 capi, il percorso della mostra connette passato e presente.
La mostra presenta inoltre un album digitale con dipinti, fotografie, musiche e video che, oltre agli archivi di brand e stilisti, esporrà l’immagine di personaggi cult come Marlene Dietrich, David Bowie, Jimi Hendrix.
Attori, musicisti e influencers che, attraverso la loro scelta di look, hanno saputo comunicare non solo un’idea artistica, ma anche politica.
Henriette Theodora Markovitch, nota come Dora Maar (Parigi, 1907-1997), nell’immaginario e nel ricordo dei posteri è stata soprattutto l’amante e la musa di Pablo Picasso.
Ma Dora Maar fu una straordinaria artista, una fotografa e modella di successo, socialmente e politicamente impegnata.
Dora Maar in mostra a Parigi, Centro Pompidou, nella prima restrospettiva a lei dedicata che ne riscatta la figura.
Emerge così una donna che poteva essere molto di più di quello che fu se solo non si fosse smarrita nel labirinto cubo-surrealista di Picasso.
Più di cinquecento opere e documenti provenienti da quasi un centinaio di collezioni mostrano l’opera di Dora Maar evidenziando l’importanza della fotografia e della sua modernità nella storia della emancipazione femminile.
Dora studia pittura, ma poi l’amico critico d’arte Marcel Zahar la convince a lasciare i pennelli per passare alla fotografia.
Dora frequenta a Parigi i corsi dell’Ecole de photographie de la ville de Paris ed entra in contatto con gli amici surrealisti e il maestro della fotografia Man Ray e comincia la sua carriera di fotografa.
All’inizio degli anni trenta Dora è già una fotografa professionista che alterna immagini sognanti e ritratti femminili a fotografie di impronta surrealista o di documentazione dove mostra il suo impegno politico e sociale, con immagini di persone povere e diseredate, di bambini e adulti non vedenti.
E’ artista che si sta affermando quando, nel 1936, conosce Picasso e con lui nove anni di vita che le permettono di essere l’unica fotografa che riprende le varie fasi di formazione di uno dei suoi capolavori Guernica: anni di passione creativa e distruttiva, tra dominio e alienazione, fino alla crisi depressiva, che la accompagna per il resto della vita.
Orari:
Da mercoledì a lunedì ore 11.00 – 21.00
Martedì chiuso
Fino 21 luglio 2019, la mostra L’ORIENT DES PEINTRES. Du rêve à la lumière (L’Oriente dei pittori, dal sogno alla luce) con oltre sessanta capolavori
L’ORIENT DES PEINTRES. Du rêve à la lumière
PARIGI – Museo Marmottan Monet
2 Rue Louis Boilly, 75016 Paris, Francia
Fino al 21 luglio 2019
Augustins – Le Massage. Scène de hammam – Edouard Debat-Ponsan 1883
Il MuseoMarmottan Monet di Parigi conserva la prima collezione al mondo di opere di Claude Monet e Berthe Morisot, oltre a molti capolavori di Delacroix, Boudin, Manet, Degas, Caillebotte, Sisley, Pissarro, Gauguin o Rodin.
Come tradizione dei musei, l’offerta culturale fornita dalle collezioni permanenti si arricchisce con eventi temporanei di alto livello, la cui funzione è fornire occasioni di approfondimento sull’arte oltre a rappresentare attrazione ”turistica/culturale” per il pubblico.
Fino 21 luglio 2019, il Museo presenta la mostra L’ORIENT DES PEINTRES. Du rêve à la lumière (L’Oriente dei pittori, dal sogno alla luce) con oltre sessanta capolavori che arrivano dalle più importanti collezioni pubbliche e private in Europa e negli Stati Uniti.
Sarebbe sufficiente la qualità dei prestatori per riconoscere l’alto livello della mostra che intende far conoscere l’esperienza di artisti europei che hanno fantasticato sull’Oriente e, in particolare sull’immaginario della figura femminile, l’odalisca o la donna di harem, spingendo alcuni di essi ad affrontare il viaggio in Oriente.
L’esperienza del viaggio ha lasciato il segno in molti di loro, sia per la conoscenza dell’architettura e delle arti decorative che ha influenzato la ricerca di armonia tra il corpo umano e l’ornamento astratto, che per l’esperienza del Paesaggio con la sua luce abbagliante e i suoi colori forti.
La presenza di Kandinsky e Klee in mostra fa riflettere poi sul fatto che la nascita dell’astrazione passa anche attraverso l’Oriente: la mostra sarà quindi l’occasione per scoprire alcuni aspetti meno noti dell’arte moderna alla sua nascita.
Orari:
Da martedì a domenica 10.00 – 18.00 ( giovedì 10.00 – 21.00)
Lunedì chiuso
La prima grande antologica che Roma dedica a Luigi Boille, con oltre ottanta opere che vanno dal 1958 alla data della sua morte nel 2015
Luigi Boille a Roma
ROMA – Casino dei Principi di Villa Torlonia
Via Nomentana, 70 – 00161 Roma RM
Fino al 3 novembre 2019
Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del selenzio. Opere 1958-2015
Piccolo e raffinato, il Casino fu usato dal principe Alessandro Torlonia, nel corso dei fastosi eventi mondani organizzati nella Villa, come dipendenza del Palazzo principale, al quale era collegato da una galleria sotterranea che ancora oggi unisce i due edifici.
Esso godeva di una posizione privilegiata, in quanto, dalle porta-finestre del piano nobile, aperte sulla bella balconata che corre lungo il prospetto principale, si godeva una magnifica vista sulla Villa.
Si poteva anche assistere agli spettacoli organizzati nel sottostante Anfiteatro, demolito nel 1910 per l’ampliamento della via Nomentana.
E’ la prima grande antologica, con oltre ottanta opere, che Roma dedica a Luigi Boille (Pordenone, 1926 – Roma, 2015) dopo la sua scomparsa e presenta opere che vanno dal 1958 alla data della morte nel 2015.
La mostra, racconterà attraverso le opere il percorso artistico del pittore dal 1958 al 2015 con lavori della fine degli anni Cinquanta, dal caratteristico colore giallo che si espande creando un contrasto tra quest’ultimo e l’ombra.
Prosegue quindi con una serie di opere su carta comprese tra il 1958 e il 2015 e con dipinti compresi tra il 1964 e il 1966.
Seguiranno poi le creazioni degli anni Settanta e Ottanta, dove il segno sottile si intensifica su una vasta gamma di colori.
Per concludere, le opere degli anni compresi tra il 1992 e il 2015, dove si nota la ricerca di un equilibrio compositivo, un segno più rarefatto su un colore di fondo, una scrittura surreale che rimanda alla filosofia zen.
La mostra è curata da Claudia Terenzi e Bruno Aller con il sostegno dell’Archivio Luigi Boille.
Orari:
Da martedì a domenica ore 9.00 – 19.00
Lunedì chiuso
Illustrazioni, vignette, libri e racconti grafici, che portano gli oggetti della collezione del Vitra Design Museum “fuori dalla pagina”
L’universo del fumetto in Germania
WEIL AM RHEIN – Vitra Schaudepot
Charles-Eames-Str. 2, Weil am Rhein Germania
Fino al 20 ottobre 2019
Living in a Box Design and Comics
Weil am Rhein è una piccola città tedesca situata lungo la sponda orientale del fiume Reno, vicino al punto d’incontro tra i confini territoriali tedesco, francese e svizzero nel punto più a sud-ovest della Germania, a pochi chilometri da Basilea e dall’Alsazia.
Anche per questa particolare posizione è una cittadina viva e ricca di vita culturale.
La più importante istituzione è il Vitra Design Museum che si trova in un edificio progettato dall’architetto canadese Frank Gehry ed è uno dei più importanti musei di architettura e disegno industriale del mondo.
È dedicato alla ricerca e alla presentazione del design, passato e presente ed esamina la relazione del design con l’architettura, l’arte e la cultura quotidiana.
La mostra Living in a Box: Design and Comics al Vitra Schaudepot, che è uno degli spazi espositivi del Vitra Design Museum, è una vera e propria esplorazione dell’universo del fumetto, considerato nel suo rapporto con il design.
Design e fumetti hanno sempre avuto una fortissima relazione.
Per mantenere viva l’attenzione dei lettori, infatti, i fumettisti si sono spesso serviti degli oggetti d’arredamento prodotti dalla creatività contemporanea, quelli più noti, quasi codici subliminali, in grado di creare rapidamente una certa atmosfera, evocare uno stato sociale, offrire un preciso punto di vista sulla realtà.
Il design fa parte di questo immaginario che non è nient’altro che uno specchio del mondo reale.
Living in a Box: Design and Comics è il risultato del primo studio del Vitra Design Museum sul mondo del fumetto, e vuole mostrare al pubblico come attraverso illustrazioni, vignette, libri e racconti grafici gli oggetti della collezione del museo possano saltare letteralmente fuori dalla pagina.
L’universo del fumetto in Germania, fino al 20 ottobre
Quindici giorni di performances d’arte contemporanea di artisti consolidati nella scena internazionale delle arti visive
FestivalArt Performingdi Napoli
PAN Palazzo delle Arti Napoli
Via Gaetano da Castilla, 28 e varie sedi in Napoli
20 luglio – 14 agosto 2019
Festival Art Performing Napoli: 4^ Edizione Native digital generation con 15 giorni di performances
Il FestivalArt Performing alla sua quarta edizione a Napolipropone così quindici giorni di performances d’arte contemporanea presentando anche artisti consolidati nella scena internazionale delle arti visive.
Nelle tre edizioni precedenti il format ha visto complessivamente la partecipazione di oltre duecento artisti provenienti da esperienze nazionali e internazionali.
Ha costruito inoltre rapporti con il circuito internazionale di curatori ed artisti, di festival e rassegne legate alla performance.
Questa quarta edizione si concentra dunque sulle sperimentazioni rivolte al miglioramento della qualità della vita e nel solco di un’economia solidale.
L’azione performativa diventa perciò il megafono delle criticità della società attuale e propone la condivisione con gli spettatori in un’interazione inconsapevole.
Gli artisti partecipanti al festival proporranno così le loro performance nello spazio istituzionale del PAN, mentre altri artisti saranno presenti in altri spazi privati in Napoli.
Le date del Festival Art Performingdi Napoli
Il programma PAN ufficiale prevede le seguenti performance in sede:
Sabato 20 luglio Massimiliano Manieri 19.00 – 20.00
Domenica 21 luglio Paola Marzano 11.00 – 12.00
Domenica 21 luglio Bibiana La Rovere 17.00 – 18.00
Lunedì 22 luglio Massimiliano Mirabella 11.00 – 12.00
Lunedì 22 luglio Ezia Mitolo 17.00 – 18.00
Mercoledì 24 luglio Veronica Idaver 11.00 – 12.00
Mercoledì 24 luglio Antonella Pagnotta 17.00 – 18.00
Giovedì 25 luglio Fiormario Cilvini 11.00 – 12.00
Giovedì 25 luglio Monica Marioni 17.00 – 18.00
Venerdì 26 luglio Sara Simeoni 11.00 – 12.00
Venerdì 26 luglio Salvatore Donatiello 17.00 – 18.00
Sabato 27 luglio Jatun Risba 11.30 – 12.30
Sabato 27 luglio Carmela Cosco – Alberto Ceresoli 17.00 – 18.00
Domenica 28 luglio Giulia Scognamillo 11.00 – 12.00
Domenica 28 luglio Silvia Morandi 17.00 – 18.00
Lunedì 29 luglio Mina D’Elia 11.00 – 12,00
Lunedì 29 luglio Helen Spackman 17.00 – 18.00
Mercoledì 31 luglio Ina Ripari 11.00 – 12.00
Mercoledì 31 luglio Pantaleo Musarò 17.00 – 18.00
Venerdì 2 agosto Salvatore Donatiello 11.00 – 12.00
Orari:
Per maggiori informazioni, vedere il sito web
L’Art Brut: termine usato per la prima volta dall’artista francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti
L’Art Brut in mostra
Jean Dubuffet Temps Mêlés, 1979 Richard Gray Gallery Painting Acrylic on paper mounted on canvas with 10 collaged elements 69.8 × 109.2 Size (cm) 27.5 × 43.0 Size (in)
L’Istituto Costante Gris di Mogliano Veneto
Era una domenica di giugno, credo l’ultima domenica del mese, e l’Istituto Costante Gris di Mogliano Veneto mi aveva invitato alla festa annuale dell’Istituto.
L’Istituto, fondato dall’Ing. Costante Gris il 26 novembre 1882 con la denominazione “Società Italiana di Patronato per i pellagrosi”, alla morte del fondatore nel 1925 prese il nome di “Istituto Costante Gris”.
Inizialmente lo scopo era di dare ricovero, mantenimento ed assistenza alla popolazione contadina sofferente della pellagra (carenza di vitamina b presente negli alimenti – verdura latte e cereali) mediante iniziative di cura e assistenza non solo residenziali sostenute da un sistema di rette a carico di proprietari terrieri, Comuni e Province.
Nel tempo le attenzioni e le attività dell’istituto si ampliarono con l’assistenza alle persone disagiate, alla popolazione infantile specializzandosi nella cura dei malati di mente non solo per effetto della malnutrizione dovuta alla pellagra ma anche per la cura delle emergenti devianze sociali.
Per dare spazi a queste persone dall’interno dell’Istituto si è costruita una cittadella con laboratori di vario genere ove gli ospiti potevano svolgere attività di panificio, ferro battuto, sartoria, coltivazione e orti, agricoltura, allevamento del bestiame, oggettistica, economia domestica, pittura, musica, canto, stamperia, vasellame ed altri oggetti in creta.
Scomparsa la pellagra l’Istituto ospita solo persone con carenze mentali.
Una domenica di scoperte: aspettando l’Art Brut in mostra
Erano le 10 in punto quando ho varcato il cancello dell’Istituto per assistere alla festa; c’era un gran movimento con ospiti, parenti e visitatori vestiti a festa.
Appena entrato una ragazza mi accoglie invitandomi a seguirla nella grande sala convegni dove si sarebbe tenuta la cerimonia di inaugurazione ufficiale della festa.
Come tutti dovetti sorbirmi la “sofferenza” dei soliti discorsi istituzionali.
Chiusi in una sala, soffocati da un caldo afoso arrivato all’improvviso dopo una primavera fredda e piovosa, bisognava digerire un numero incredibile di saluti, auspici, riflessioni sui cui contenuti difficilmente l’attenzione riesce a soffermarsi.
Non ricordo nulla di quell’ora di “sauna” accompagnata dal suono monotono della voce delle autorità intervenute. Ma ho resistito perché forte era la curiosità su quello che gli ospiti del Gris avevano preparato per rendere piacevole la giornata a parenti e visitatori.
Si erano divisi i compiti e con grande professionalità i più vivaci, in preferenza donne, si erano distinti con magliette nere su cui svettava la scritta STAFF, giallo canarino.
Il loro compito era quello di prendersi cura di noi”esterni” e guidarci nei diversi luoghi in cui si era articolata l’offerta della giornata.
Le proposte dell’Istituto
C’era chi ti accompagnava a visitare i servizi speciali dell’Istituto presentati dal personale specializzato, dal Centro idroterapico con piscina, alla palestra attrezzata, ai locali di accoglimento dei servizi socio sanitari e delle associazioni solidaristiche del territorio.
Altri ti accompagnavano a visitare la serra attrezzata e l’area verde riservata ad orto. C’erano poi i laboratori ove venivano realizzati piccoli lavori artigianali presentati con grande entusiasmo dagli autori stessi.
Io ero impaziente perché ero curioso di vedere l’Art Brut in mostra: opere “grezze” di artisti non professionisti in una esposizione pubblicizzata nell’invito e la cui inaugurazione era prevista alle ore 12.30, orario calcolato per permettere agli “esterni” di visitare prima tutti i servizi dell’Istituto.
Arrivano finalmente le ore 12.30 e gli interessati, non eravamo in molti a dir il vero, ci presentiamo alla porta della sala della mostra, attraversata da un gran nastro tricolore. Oddio, penso, altri saluti istituzionali. In realtà, dopo un breve saluto del Presidente dell’Istituto prende la parola un critico d’arte di cui non ricordo il nome il quale parla di ART BRUT.
La scoperta dell’Art Brut
Era la prima volta che sentivo parlare di questo movimento artistico. Vengo così a sapere che il termine ART BRUT, che può essere tradotto in italiano in arte spontanea, arte grezza, fu usato per la prima volta dall’artista francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti.
Egli fu il primo a riconoscere la qualità artistica di creazioni spontanee e autodidatte, da lui scoperte negli ospedali psichiatrici e in prigione o presso outsider della società.
Dal 1945 egli aveva cominciato a raccogliere opere di questo tipo creando una grande collezione che nel 1971 fu donata alla città di Losanna che da allora, con il Museo dedicato Collection de l’Art Brut, è diventata il centro mondiale delle espressioni artistiche alternative.
Il critico ci preparava a leggere la mostra degli ospiti dell’Istituto Gris, non come il risultato di una “curiosa attività” ma come vere e proprie espressioni artistiche: opere realizzate da artisti autodidatti, che vivono un’esperienza di vita diversa, quasi in un mondo parallelo, rintanati in uno spirito ribelle e impermeabile alle norme collettive; artisti che lavorano, usano pennelli, spatole, mani e quant’altro per coprire le tele con immagini, figure, colori senza alcuna preoccupazione per la critica o per il giudizio degli altri.
Non sono condizionati dalle influenze della tradizione artistica né da regole d’arte accademiche, sono liberi di esprimere quello che sentono in quel momento per loro stessi, senza bisogno di riconoscimenti.
Nelle loro opere si coglie l’immediatezza dell’umanità, vista con lenti molto particolari e personali.
L’Art Brut in mostra: il fascino di opere libere da vincoli, canoni, regole
A quel punto il desiderio di entrare e di vedere era tale che quasi avrei preso io la forbice per tagliare il nastro che impediva l’ingresso in sala. Non servì perché appena il critico finì il suo intervento una ragazza, con papillon variopinto e baschetto in testa, ha consegnato il vassoio con la forbice al Presidente che velocemente ha tagliato il nastro permettendo a tutti di entrare.
Un trionfo di forme e colori, disegni che ricordano l’arte primitiva, costruzioni che fanno pensare ad opere di artisti quali l’americano Jean Michel Basquiat che era solito dire “Non ascolto ciò che dicono i critici d’arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos’è l’arte.”
Credo di non aver mai visto una mostra d’arte con tanto tempo dedicato alla lettura di ogni singolo quadro: andavo alla ricerca della creatività e dell’immaginario di ciascun autore, cercando di cogliere i nodi tematici di ognuno: il tema della paura, i rapporti di genere o il legame misterioso che unisce l’infanzia alla catastrofe, i sogni che fanno entrare a contatto con altri mondi, sono tutti temi che noi affrontiamo quotidianamente ma che soffochiamo o esprimiamo con un certo pudore e che invece gli artisti del Gris, svincolati da ogni logica, da ogni ragione, sanno illustrare con grande forza espressiva, naturalmente senza offrire spiegazioni, ma gettandovi un fascio di luce che le illumina e che ne consente un approccio del tutto nuovo.
Pensavo di andare solo ad una festa. Ho avuto invece la fortuna di vivere un’esperienza formativa nel mondo dell’arte che mai mi sarei aspettato.
L’Art Brut in mostra, colori e sentimenti che ti catturano e ti coinvolgono, regalandoti una esperienza unica ed emozionante.
All’ Hamburger Bahnhof Museum di Berlino, 100 opere di Emil Nolde in mostra fino al 15 settembre
Emil Nolde l’artista del nazionalsocialismo
BERLINO – Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart
Invalidensrtedasse, 50-51 Berlino
Fino al 15 settembre 2019
Emil Nolde, Die Sünderin, 1926 Öl auf Leinwand, 86 × 106 cm Staatliche
La mostra all’Hamburger Bahnhof presenterà un totale di 100 opere, quasi tutte provenienti dal deposito della Fondazione Nolde.
Per molto tempo, Emil Nolde fu considerato una vittima della politica culturale nazista, ma le ricerche recenti dipingono un quadro diverso.
La mostra è dedicata all’interazione tra il lavoro dell’artista e la sua biografia che si colora di un capitolo oscuro.
Nolde aveva infatti costruito attorno a se il mito della vittima del Nazismo, perseguitato dal Regime.
Certamente come pittore ben rappresentò il movimento espressionista, usando una tavolozza dai colori forti con cui creava immagini inebrianti.
E’ pur vero che, a differenza dei suoi colleghi espressionisti Beckmann e Kirchner, egli evitò di affrontare temi politici, preferiva scene di città inquietanti, immagini di guerra, ma è innegabile che in realtà chiudeva consapevole gli occhi su alcuni aspetti della Realtà.
Studi più recenti sui documenti resi possibili da una maggiore apertura agli studiosi dell’archivio della Fondazione hanno permesso di disegnare un profilo dell’artista diverso da quello che la sua biografia indicava e che ha condizionato la politica nei suoi confronti nel dopoguerra.
Non solo infatti il mondo dell’arte ha celebrato il pittore, ma anche la politica: Helmut Schmidt apprezzava la leggenda dell’artista incorruttibile durante l’era nazista, al punto che nel 1982 organizzò una mostra nella Cancelleria di Stato a Bonn.
In realtà egli simpatizzava con le idee naziste e, tra le carte dell’archivio, si è trovato un suo scritto in cui di Hitler dice:” Il capo è grande e nobile nelle sue aspirazioni e un uomo d’azione geniale”.
Emil Nolde l’artista del nazionalsocialismo in mostra a Berlino con una mostra che vuole invece mettere in primo piano il suo radicalismo ideologico.
Orari:
Martedì, mercoledì e venerdì 10.00 – 18.00
Giovedì 10.00 – 20.00
Sabato e domenica 11.00 – 18.00
Lunedì chiuso
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