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CAPIRE L’ARTE. SI PUO’? (Parte seconda)

Nella prima parte di questa riflessione sulla comprensione dell’arte contemporanea, si era partiti dall’impatto con le opere di Burri su un ragazzo sensibile ma non addetto ai lavori

CAPIRE L’ARTE. SI PUO’? (Parte seconda)

 

Si concludeva con la domanda cosa deve rappresentare un’opera d’arte?

E una prima possibile risposta era che “L’arte è rappresentazione della realtà” qualsiasi sia la forma di espressione artistica, in ogni tempo, con qualsiasi strumento si esprima.

Si aggiungeva poi che “Ciò che non può mancare in ogni opera che si possa definire d’arte è la capacità di regalare emozioni”

Non è quindi la forma l’elemento principale della manifestazione artistica ma la capacità di andare oltre la semplice scorza di ciò che l’occhio vede.

Rappresentare la realtà non è offrire una passiva immagine fotografica è stimolazione e trasmissione di pensieri ed emozioni alla mente e al cuore attraverso l’occhio.

Anche se la forma espressiva non è reale per l’occhio, rappresenta quindi sempre una realtà, una realtà che nella quotidiana normalità dell’esistenza io non riesco a vedere o sentire.

L’altro giorno ero alla finestra di un casolare in collina e avevo davanti a me un paesaggio di pianura, piatto, con un grande albero ai margini. La campagna era innevata e mi ha colpito il fatto che dall’albero erano caduti dei sottili rami che, penetrati nella neve, avevano lasciato dei tagli sottili, leggermente arcuati. La giornata era limpida e il sole al tramonto immergeva l’ambiente di un chiarore rossastro. Ho messo a fuoco quei tagli e mi sembrava di vedere un’opera di Lucio Fontana (1899 – 1968).

Ho pensato al prato, un mondo di vita animale e vegetale, un mondo di colori e di forme del vivere reale, in movimento continua, in trasformazione , una realtà che la neve nasconde all’occhio, che non esiste alla mia vista eppure c’è.

I tagli prodotti dai rametti dell’albero sulla neve arrivano a quel mondo. Attraverso quei tagli vedo ciò che altrimenti non vedrei.

I tagli sulle tele di Lucio Fontana hanno simbolicamente la stessa funzione. Ci fanno andare oltre la scorza di quello che l’occhio superficiale vede per andare più a fondo, per penetrare la realtà di un mondo infinito che va oltre la nostra capacità di vedere.

Sembra la descrizione di una sua opera del 1958, Concetto spaziale: “Una superficie azzurra con tracce di viola recise con piccoli colpi di taglierino: 16 tagli, di cui uno più grande al centro. Siamo dinanzi a un lavoro che conserva ancora un elemento naturalistico, quasi un paesaggio astratto, se non fosse per quel taglio ampio, che recide la tela e mostra un nero al centro. Cosa c’è oltre? Il mistero dell’arte è alludere a quell’oltre che non possiamo ancora sperimentare.”

Ora siamo in piena estate, il sole è alto nel cielo, io sono sempre nella stessa finestra e osservo il paesaggio, ammiro i campi. Due campi in successione uno marrone, l’altro giallo. Il primo è un campo arato da poco e il suo è il colore della terra secca. Il secondo è un campo di grano con i segni della trebbiatura. E’ un’immagine viva di un tempo che scorre. Cos’hanno di diverso le opere dell’artista americano Mark Rothko (1903-1970) con il suo linguaggio astratto?

Il misterioso processo di ricerca che ha portato l’artista americano alla massima semplificazione con la divisione della superficie delle grandi tele  in rettangoli spesso orizzontali e l’utilizzo del colore che viene distribuito in modo omogeneo sopra a questi spazi, fino a far quasi scomparire la traccia della pennellata. Astrazione pura con colori luminosi, forti contrasti, piccole forme e campi di colore, in una pittura vibrante e intensamente viva.

Egli rappresentava l’essenza di cielo, terra e movimento con il linguaggio dell’arte, come strumento per penetrare negli strati più profondi delle cose.

Le sue opere non rappresentano solo la realtà che noi abbiamo davanti ai nostri occhi, ma va oltre, egli aiuta a svelare, nel senso letterale di togliere i veli che nascondono e oscurano ciò che si trova al di là delle nostre visioni.

Le sue creazioni cromatiche, la geometria dell’immagine e l’omogeneità del colore inducono la mente umana in un viaggio spirituale all’interno della creazione artistica che diventa rappresentazione della drammaticità, della tragedia esistenziale dell’artista stesso. È la tragedia del nascere, del vivere e del morire ad essere espressa dall’artista.

Nella mia visione dalla finestra c’era poi l’albero e mi vengono in mente l’artista del Novecento Carlo Mattioli (1911- 1994), chiamato anche “il poeta dell’albero” Era un pittore figurativo nel rappresentare i suoi paesaggi con il suo albero “totem”.

Ma la realtà che egli rappresentava era qualcosa che andava oltre la natura e il realismo.

Della sua pittura infatti diceva” Il mio obiettivo lirico è dipingere emozioni, entrare nella corteccia degli alberi, nei muschi, nelle terre lagunari, per sentirne la vita organica, annullando l’umana coscienza e anche il limite della veduta”

E’ interessante scoprire allora quanto realistiche siano anche opere astratte, concettuali, informali, opere che sembrerebbero incomprensibili al primo impatto e come, al tempo stesso siano concettuali e quanto abbiano da dire che non si vede opere figurative che credi di capire alla sola vista.

Continueremo questa riflessione sull’arte con altri esempi e altri autori, ma saranno oggetto di una prossima puntata.

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